Venerdì 29 maggio 2026, all’ora dell’aperitivo, per la prima volta portiamo Container a Brescia città, ospiti di Capre e Cavoli in via Moretto 61.
Non saremo sole: a chiacchierare con noi ci saranno anche la cantautrice Laura Sirani – che si esibirà anche live! – e in collegamento Desirée Manzato di Agripunk, storico rifugio toscano antispecista attualmente sotto sfratto nonché protagonista del primo numero di Container; la moderazione sarà a cura del fidato Mauro Orsi, blogger ed educatore.
Non sarà una semplice presentazione ma un appuntamento che contribuirà a supportare le attività di Agripunk, a cui sarà devoluto da Capre e Cavoli parte dell’incasso dell’aperitivo.
L’ingresso è gratuito, l’aperitivo (comprensivo di piatto e consumazione) è su
prenotazione chiamando/scrivendo al +39 351 51 42 300 e ha un costo di euro 15.
Per l’occasione abbiamo fatto qualche domanda a Laura Sirani cantautrice bresciana che interverrà durante il talk raccontandoci la sua esperienza e che ci delizierà con alcuni suoi brani inediti.
Laura, dove e quando arriva l’esigenza di scrivere canzoni e in che modo hai avvertito che questo lavoro sarebbe diventato centrale nella tua vita?
Parto dall’ultima domanda: ho avvertito il bisogno profondo quando per cambiamenti della vita e problemi di salute, soffrivo per non avere il “mio spazio nel mondo” a partire dalla mia realtà privata. Il bisogno di un contatto profondo e una conoscenza con me stessa di comunicare qualcosa che non fosse banale e scontato e che partisse da mie esperienze personali che credo ci accomunano come esseri umanii da un bisogno di parlare di prospettiva futura di un cambiamento mio ma anche globale.
La tua città Brescia, in che modo influisce sulla tua scrittura e sui tuoi racconti?
Brescia è per me amore e supplizio: amore perché è la terra dove sono nata, dove ho vissuto la genuinità della mia infanzia sia nella vita che nell’ambiente, ma anche vedere come tutto a volte viene violentato e perso per un imbastardimento culturale e non parlo della diversità etnica di chi abita il territorio, bensì dell’impoverimento e della rabbia che troppo spesso, la nostra società si fa promotrice, approfittando di stereotipi e difficoltà. Il messaggio è che più che accomunare le difficoltà, spesso ci allontanano, creando disuguaglianze e rabbia e status sociale anziché collettività e forza.
A livello musicale c’è un luogo specifico che senti più affine per il tipo di repertorio che proponi?
La Musica è ovunque la si vuole sentire: per strada, nei locali, negli stadi, nei teatri. È opera sociale e collettiva che spazia nell’aria e quindi il posto ideale è ovunque le persone vogliano ascoltare qualcosa di nuovo, siano aperte, predisposte e sicuramente non omologate a ciò che diventa “commerciale”. Dove ci sia connessione. Romanticismo? Poesia? Utopia? No, visione pacifica del futuro.
Ti senti più cantautrice, operatrice culturale o poetessa? A prescindere, in che modo si intrecciano questi aspetti della tua vita?
Mi sento fortunata: c’è una bella differenza tra impiegare la mia energia in giorni sempre diversi, avvincenti, colmi di vita e ripiegare la vita come una maglietta da riporre tutti i giorni nello stesso cassetto. Sto parlando del fatto che scrivere e cantare, creare eventi, interfacciarsi con nuove esperienze e imparare è immergersi e creare. Che è ben diverso dal sopravvivere. Io sono tutte queste cose e ancora tante altre. E sono io. Anni di terapia e profondi percorsi introspettivi, mi permettono di dire queste cose oggi, senza avere il minimo dubbio. E se devo proprio cercare un nome a quello che mi sento di essere è sicuramente attivista politica: la musica per me è sempre stata un grande atto di riflessione, sia quella ascoltata che trovarsi su un palco e poter parlare di tematiche come la disparità e la violenza di genere, la guerra, la politica corrotta, l’antifascismo. Credo proprio che la definizione più corretta di tutti gli strumenti che uso nell’arte (poesia, musica, fotografia, disegno) sia attivismo politico; come mamma, donna, mi occupo della mia piccola polis, la mia famiglia, casa mia e mi piace pensare di riuscire a dare questo contributo anche all’esterno delle mie quattro mura. Non è superbia, è un altruismo raddoppiato. Il senso che mi accompagna è sicuramente il senso della bellezza, dell’amore universale, che non è semplicemente utopico per chi crede e ha passione di mandare avanti un compito demandato da altre e altri precedentemente. È una continua lotta tra bene e male, ma c’è un grande verbo, il più potente credo che possiamo usare su di noi: scegliere! Perché si può sempre decidere da che parte stare e lottare con le proprie unghie, il proprio cuore: comporta arare in un terreno duro, ma non per questo non ricco di possibilità. Uscire e darsi da fare è molto più gratificante che stare a rincoglionirsi in casa e guardare la TV o a disprezzare i vicini.
A oggi come valuti la scena musicale bresciana?
Sicuramente la scena bresciana è ricca e variegata, se pensi solo alle accademie, al Conservatorio che ospita persone da ogni parte del mondo! Manca però un’agevolazione a livello politico e culturale: locali che chiudono, difficoltà a creare eventi e avere una continuità. Garantire la musica come lavoro e come ricchezza sociale, culturale e soprattutto (o non di meno) economica sia per chi fa musica, per chi la ospita e per chi ne fruisce. Abbiamo un’amministrazione che sta cercando di porre dei punti base per creare davvero una città virtuosa. Sicuramente la materia (artiste e artisti di tutti i generi) non mancano, dalla musica alle arti visive, passando per la danza e molto altro. Mancano un pubblico che va educato all’ascolto anche di quello che non conosce e investimenti economici per garantire stabilità a chi lo fa di lavoro, non come una passione passeggera.
C’è qualche artista/band emergente del territorio di cui ci consiglieresti un ascolto approfondito?
Silvia dei Eyes Be Quiet, Ariel, Silvia Lovicario, Ella Codesta e molte band emergenti che si stanno facendo strada nel panorama anche grazie a eventi come gli High School Music Awards creati da Festa della Musica.
Che rapporto hai con i social? A tal riguardo e dal tuo punto di vista è indispensabile per un artista sapersi raccontare anche attraverso questi canali?
Fanno parte della nostra vita sociale, servono, ma il pane non lo fai semplicemente con la farina, servono molti altri ingredienti. Sono importanti ma indispensabili, non saprei. Oggi corre tutto velocemente e sapersi raccontare per apparire, non ha molto futuro. Serve avere un focus su cosa dire e come comunicarlo. Serve la verità che puoi e vuoi raccontare, la versione personale, ma sempre collegata a ciò che accade. Non è sempre facile, ma non impossibile.
È difficile oggi rimanere autentici in un mercato discografico così frenetico e colmo di pubblicazioni?
È difficile arrivare al mercato puntando sull’autenticità: al mercato serve il prodotto, alla gente serve il messaggio. E non sempre questi due soggetti puntano sulla qualità o sulla verità. Chi è autentico, spesso viene chiamato “nicchia”, quando avrebbe bisogno di parlare al mondo. Ma chi stabilisce cosa sia uno o l’altra? Il mercato… Chi è autentico spesso non è vendibile perché non vuole vendere una parte autentica per arrivare al successo, ma è tutta una scusa per chi produce e manovra gli ascolti, per non dare la possibilità di ascolti diversi che creano sicuramente una ricchezza culturale. La domanda è: il mercato vuole cambiare e avere coraggio? Essere davvero pioniere? Penso che quello che si sente in loop nelle radio nazionali, dia una risposta chiara. E anche se sei un’/un artista talentuoso/a è veramente difficile trovare qualcuno che investa semplicemente per quello che scrivi o suoni, senza voler mutare in altro.
Se potessi lasciare un messaggio a chi ascolta la tua musica quale sarebbe? Cosa dobbiamo aspettarci dal tuo piccolo live del 29 aprile al Capre e Cavoli?
Mi piacerebbe lasciare un messaggio introspettivo: fermati e rifletti. Sei esattamente quello che senti di dover essere?
C’è una domanda che nessuno ti ha mai fatto a cui vorresti rispondere?
Nessuno mi ha mai chiesto quanto io ami la vita e quale sia il mio focus. Io amo la mia vita, ho imparato ad amarla anche quando si è fatta più forte: ho una visione della mia vita e investo su questo amore e questa visione.

