Alessandra Cristofari: l’intervista

Dello sdrammatizzare come atto politico, di playlist poliedriche e occhi che hanno sete di conoscere: una chiacchierata con Alessandra Cristofari, poeta con una pluridecennale esperienza nell’informazione e nel settore comunicazione, un gatto e un cane arancioni, e una raccolta di poesie pubblicata a novembre 2025 per Interno Libri, “Che tragedia i sentimenti”, un’opera che smonta il sentimentalismo e lo ricompone in frammenti di realtà.

Quali sono le letture, gli ascolti e le visioni che ti accompagnano, influenzano, il tuo modo di scrivere, stimolano in qualche modo la tua parte artistica?

Una casa in campagna con un grande giardino sempre fiorito. I profumi sono semplici. Puoi riconoscere la salvia, la lavanda, il rosmarino, il timo. Una distesa di girasoli rende tutto più giallo nei mesi più caldi: questo è il posto dove sono cresciuta e ho fatto ritorno. Quando l’aria è più fredda, i lampioni diventano laser nella nebbia e ti chiedi cosa stiano facendo le persone nelle loro case così lontane dai centri urbani più grandi: credo che questa domanda racchiuda tutto nel suo accendere l’immaginazione.

C’è la radio in sottofondo, ci sono dischi per i momenti più lenti e streaming per quelli più veloci. La mia playlist è tanto ampia a livello di generi, mi piace scoprire sempre musica nuova ma non scrivo mai con la musica di sottofondo, mi distrae. Spesso le poesie mi vengono in mente accompagnate da musica, musica che non ho mai riprodotto perché non so suonare. 

Amo molto la narrativa americana, la letteratura nordica, la stand-up comedy e la poesia. Devo molto alle parole di Carver, David Foster Wallace, Kae Tempest, Andrea Gibson, Phoebe Waller-Bridge, Audre Lorde, Zadie Smith, Anna Marchesini, Amelia Rosselli, Patrizia Valduga.

Che ruolo ha per te la poesia? È cambiato negli anni?

La poesia è un tramite per esprimermi ma anche per raccontare quello che accade. A livello di ruolo è così mentre a livello di stile, sì, è cambiato molto. Scrivevo poesie molto serie da bambina, con il passare degli anni ho dissacrato la solennità ma ho continuato a cercare concretezza, sperimentando altri generi. 

Per esempio, negli ultimi giorni un pettirosso viene a fare visita nel mio giardino: è poesia. La bellezza improvvisa restituisce un senso, un non detto tra noi e l’inspiegabile. Inspiegabile è soprattutto l’attualità globale politica, economica, sociale, con la sua deriva dell’orrore. Ecco, credo che la poesia abbia il ruolo di strappare le maschere, riportarci all’essenziale, connetterci anziché separarci, riportarci al tutto. 

Qual è stata la genesi del tuo libro, pubblicato da pochissime settimane? Cosa c’è stato in termini di pubblicazioni, prima di lui?

Come anticipavo, ho scritto molte poesie ma non ho mai nemmeno provato a pubblicarle, forse per un certo pudore nel mostrare il lato più sensibile, come se sentire poi fosse un difetto, una “tragedia” per l’appunto mentre è quanto di più vero abbiamo. Ho applicato la scrittura a diverse forme, ho ideato e condotto programmi radio e ho lavorato nell’informazione per almeno quindici anni in diverse testate. Per Editori Internazionali Riuniti ho scritto “Free Pussy Riot”, un saggio politico che indaga la censura di stampa in Russia, partendo dal caso delle Pussy Riot. Poi ho continuato a occuparmi di comunicazione legata al marketing. La poesia c’è sempre stata, anche se invisibile, finché non mi sono lanciata e ho inviato la raccolta a quella che poi è diventata la mia casa editrice. “Che tragedia i sentimenti” è uscito per Interno Libri Edizioni lo scorso novembre.

Buttando un occhio oltre il tuo personale, allargando la prospettiva, com’è messa la poesia in Italia? 

Oggi direi meglio ma non ancora bene. Finalmente nelle librerie c’è uno spazio sempre più ampio tra gli scaffali, segno di un rinnovato interesse. La slam poetry riempie i locali, la poesia si fa spazio anche grazie ai momenti dedicati agli open mic. Ci sono nuovi concorsi ma anche molti festival e programmi. Però, uscendo dalla mia bolla, mi rendo conto che forse la poesia è ancora associata a una visione grigia scolastica. Credo che sia funzionale e necessario che la poesia torni in strada a parlare con le persone, a raccontarle per permettere di riconoscersi e creare dei legami.

Se dovessi scegliere una composizione che ti rappresenta, tipo quando ti chiedono “qual è la canzone per te più bella del mondo”, quale nomineresti? 

Patrizia Cavalli, Wisława Anna Szymborska, Amelia Rosselli, Sylvia Plath, Anne Sexton, Antonia Pozzi, ah, com’è difficile rispondere! Ci sono così tante poesie meravigliose e tanti altri nomi che vorrei fare e che vorrei non venissero dimenticati mai. Per uscire dall’impasse direi Patrizia Cavalli con “La guardiana” ma fissiamo un appuntamento settimanale per nuove proposte.

L’ironia è uno strumento che sai usare molto bene: riuscire a far sorridere, a sdrammatizzare, a giocare con le parole…si impara? È una dote innata? Se e come si può allenare?  

Ridere è un’abitudine, quindi sì, si può allenare. È soprattutto un antidoto alle storture, alle brutture, alle ingiustizie dei nostri giorni, una risposta efficace. Quando l’ironia esce dal sé dei nostri piccoli dispiaceri, diventa potente perché incontra la collettività ma quella collettività è fatta da noi: va indagata, dissezionata, dissacrata. L’arte è intuizione ma è soprattutto un furto, guardiamo per imparare e per sopravvivere. Probabilmente alcune persone hanno una predisposizione ma sdrammatizzare è un esercizio importante che può essere coltivato e da sempre spoglia i potenti: è il nostro scudo. Diventa politico.

Salutandoti, per chi di poesia non sa nulla o quasi, quali sono le parole chiave da conoscere, i concetti da approfondire per avvicinarsi a questo mondo?

La parola chiave è sguardo. Guardare con curiosità, con voglia di conoscere per raccontare l’invisibile. Credo che aiuti leggere molto per imparare e poi occorre buttare all’aria tutto quello che si è imparato negli anni. Conta solo ciò che è autentico. Come si capisce? Quando vibra.